Fall; or, Dodge in Hell – di Neal Stephenson

Richard “Dodge” Forthrast, eccentrico magnate dei videogiochi già comparso in Reamde, viene dichiarato cerebralmente morto a seguito di complicazioni durante una procedura medica di routine. Famiglia e amici sono costernati dalla rivelazione delle sue ultime volontà: Dodge, infatti, aveva stabilito nel suo testamento di voler essere criogenizzato e conservato secondo le tecnologia più all’avanguardia.

Seguono diatribe legali sull’esecuzione del testamento e disquisizioni scientifiche sulle tecniche effettivamente applicabili. La soluzione infine adottata è quella di scansionare il cervello di Dodge e, non appena il progresso tecnologico lo rende possibile, risvegliarlo in una sorta di aldilà virtuale.

Questa la premessa essenziale. Nel più classico stile di Neal Stephenson, essa diventerà il pretesto per ogni sorta di digressioni saggistiche, vicende parallele, estese descrizioni di elementi più o meno casuali. E’ un tipo di narrazione che si può amare od odiare, trovare stimolante, estenuante, o entrambe le cose assieme; in ogni modo, è una caratteristica, non un difetto, e non mi aspettavo nulla di diverso prendendo in mano un romanzo di Stephenson.

Ho, tuttavia, un’altra serie di problemi con quest’opera, che posso riassumere attorno ad un paio di nuclei principali:

1 – La seconda parte del romanzo è in buona parte occupata dalle avventure post mortem di Dodge & Co. nel mondo fantasy in cui consiste l’aldilà virtuale. Fin qui poco male, se solo si trattasse di un fantasy in qualche modo coinvolgente. Il guaio è, in questa parte l’autore sembra fare del suo meglio per rendere i personaggi più freddi, vuoti e alienanti possibile, così che è davvero difficile interessarsi al loro destino. L’introspezione e la complessità psicologica non sono mai stati proprio il forte della scrittura di Stephenson, ma nella prima parte del romanzo i personaggi avevano comunque un minimo di identità. Una volta morti, scansionati e messi online, i protagonisti perdono le loro memorie e con esse la loro caratterizzazione precendente; al loro posto restano delle sagome dalla personalità pixelata che per qualche motivo parlano come dei personaggi di Nathan W. Pyle. A questo si aggiunga che lo stile si sforza di essere più solenne con il risultato di suonare artificioso e pesante, e che la vicenda sembra un crossover fra l’Antico Testamento ed una campagna brutta di D&D.

2 – Il romanzo introduce in realtà una serie di temi molto interessanti, solo che poi non li sviluppa, se ne dimentica troppo presto o comunque non ne esplora le conseguenze come mi sarei attesa da un’opera di speculative fiction.

Per esempio, nella prima metà del romanzo vengono descritti mutamenti drammatici nella società e nel rapporto con l’informazione: prima si diffonde una fake news che ha ad oggetto nientemeno che un’esplosione nucleare a Moab, Utah; la pervasività della realtà aumentata fa sì che per avere una visione coerente del mondo sia necessario pagarsi un editor che filtri le notizie, e che chi non vi ha accesso viva in una realtà distorta da spam ed informazioni false; vaste aree del Flyover Country vengono ribattezzate Ameristan e sono sotto il controllo di fondamentalisti cristiani ignoranti e violenti.

Temi forti, insomma, che avrebbero richiesto uno studio attento quanto alle loro dinamiche e conseguenze. Invece vengono abbandonati poco dopo la loro introduzione, lasciando solo un vago senso che la realtà materiale sia in fondo anch’essa un po’ virtuale, oltre a fornire lo scenario per qualche disavventura del tech bro in jet privato o della brillante rampolla di turno.

Inoltre, per tutta l’attenzione che viene dedicata agli aspetti tecnici della realtà virtuale, nessuno si chiede se una copia digitalizzata dei pattern cerebrali sia davvero identificabile con la persona defunta? Nessuno, anche solo a livello di speculazione intellettuale, si interroga sul rapporto fra digitalizzazione post mortem e aldilà tradizionalmente inteso? Nessun dibattito, tumulto sociale, niente? Specie considerando che, almeno nei primi tempi, questa sorta di immortalità virtuale è un privilegio dei super ricchi?

Oppure i povery-e-religiosi vivono ormai in una realtà del tutto separata? Si sono estinti e non ce l’hanno detto? In effetti a questo punto della storia non si è ben capito che fine abbia fatto l’umanità che non frequenta gli stessi circoli dei protagonisti.

SPOILER Ad un certo punto sembra che l’umanità intera viva esclusivamente in attesa di morire e farsi scansionare, e che anzi la popolazione si stia drasticamente riducendo perché la vita nell’al-di-qua non sembra più così interessante. E’ davvero un’evoluzione così scontata, tanto da poter glissare rapidamente sui mutamenti sociali implicati per concentrarci sulle quest fantasy dei nostri miliardari defunti?

In definitiva, Stephenson sembra interessarsi moltissimo del futuro della tecnologia, trattando il futuro dell’umanità come una conseguenza abbastanza secondaria. Così facendo finisce per sprecare i temi potenzialmente più interessanti del romanzo.

Infine un’osservazione sul titolo:

SPOILER L'”inferno” si riferisce evidentemente alle traversie di Dodge nel mondo virtuale, in cui prima si risveglia nella più devastante solitudine, e poi è costretto a scontrarsi con la scansione cerebrale dell’altro genio-folle-miliardario che gli contende il potere. Perché sì, anche l’aldilà è dominato dall’1%, questa volta in forma simil-divina, mentre tutte le altre “anime” sono relegate in ruoli subalterni. Ecco, in conclusione, magari non è quello che voleva dire Stephenson, ma l’immagine di un aldilà che ruota ontologicamente attorno agli equivalenti di Musk e Bezos che se lo misurano per l’eternità è una buona raffigurazione dell’inferno.

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